
In nove casi su dieci lo specialista viene assolto. Eppure, negli ultimi anni stanno aumentando in modo esponenziale le richieste di risarcimento per malpractice da parte dei pazienti nei confronti dei medici. I professionisti si tutelano con la “medicina difensiva” moltiplicando, cioè, il numero degli esami, delle cure e dei ricoveri che non sono indispensabili, ma che potrebbero diventare prove fondamentali in caso di citazione in giudizio. In questo modo aumentano i costi.
Per bloccare questa spirale, il sottosegretario al Welfare, Ferruccio Fazio, aveva annunciato a giugno un provvedimento legislativo per depenalizzare l’errore medico. Il progetto sta iniziando l’iter per diventare una proposta di legge. Fermo restando che imperizia e negligenza saranno punite, diverso dovrebbe essere il trattamento per tutti quei casi in cui l’errore non è causato da omissioni o inadeguatezza degli strumenti tecnico scientifici.
Abbiamo chiesto un parere su questo tema a Francesco Pinciroli, professore di Sistemi Informativi Sanitari e Telemedicina al Politecnico di Milano, e docente al corso avanzato in Hospital risk management del Cineas.
Quali criticità presenta il rapporto medico paziente? E che cosa vuol dire concretamente depenalizzare l’errore medico?
Il numero di cause che annualmente risultano intentate dai pazienti ai propri medici curanti – numero che è crescente, e che spesso è usato come indicatore di malasanità - dipende non soltanto dalla numerosità degli errori medici, ma anche dalla propensione del paziente ad intentare una causa, la quale è legata a sua volta alla previsione di facile ottenimento del risarcimento.
Il reato penale è quello in cui, risultando grave al comune percepire la violenza commessa, ed essendo nel contempo debole la parte lesa, lo Stato interviene direttamente a difendere l’offeso. Rimane che la messa in pratica di questa procedura sia poi influenzata, in modo a volte importante, da svariati elementi, tra i quali possiamo citare: il significato di “comune percepire” e la sua evoluzione nel tempo; l’effettiva capacità dello Stato di far sì che il giudizio risulti condotto a termine con buona certezza e in tempi brevi; infine, dalla frequenza del reato, che non deve diventare elevata a tal punto da essere ingestibile efficacemente.
Quando si è in presenza di un decesso, e qualora sorgano dubbi delle eventuali concorrenze di dolo o colpa, che la Stato dia corso ad un'indagine penale è azione molto appropriata. In altri casi la convinzione sull’appropriatezza non pare così facilmente condivisibile. Più fattori possono concorrere a rendere problematica la convinzione:
Questi sono tra i primi fattori che contribuiscono alla valutazione di iniziative di depenalizzazione dell’errore medico.
Perché depenalizzare l’errore medico?
Tutti constatiamo come, da qualche anno a questa parte, il tema del rischio clinico sia andato incontro ad un aumento rilevantissimo dell’interesse, anche da parte della stampa. La generalizzata richiesta di maggiore rigore nell'erogazione dell’atto clinico al paziente è certamente sostenuta dal progredire della conoscenza medica. Nel momento in cui sia disponibile una specifica linea-guida clinica, accreditata da una pertinente società scientifica, che sia sostenibilmente erogabile al paziente, eventualmente appoggiandosi agli appropriati enti di ricovero e cura, allora il procedimento penale dell’eventuale reato può a mio avviso permanere. Altrimenti, credo che sia meglio soprassedere, senza però che ciò costituisca alibi per non porre mano alla migliore sistematizzazione e al possibile superamento dei richiamati fattori di problematicità.
Fonte: Cineas
Parole chiave: depenalizzazione dell'errore medico, Francesco Pinciroli,

