05 Giugno 2008

I pericoli dell’ "assicurese"

Il linguaggio tecnico del settore assicurativo può essere un ostacolo alla comunicazione. Il commento di Paolo Andreoli, Associazione Studenti Cineas
 

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Nu-nu socon nu-nu, tu-tu socon tu-tu”. Chi non si ricorda delle lezioni di Tuscolano della Prof. sa Fullin a Zelig.

Per quanto divertente la gag televisiva, tanto è triste quando non si riesce a comprendere la terminologia utilizzata solo da alcuni esperti di un determinato settore, o peggio sentir estendere tali termini specialistici, magari originari di altre lingue, anche nella vita quotidiana semplicemente per sottolineare presunte capacità o meglio, voglio sperare, per prendersi un po’ in giro.

Questo è il rischio che corriamo noi oggi con l’assicurese, linguaggio tipico degli operatori del settore assicurativo, raramente compreso dalla società e a volte fonte di incomprensioni anche fra noi.

L’assicurese nasce dal glossario delle polizze, si alimenta contestualizzando i termini all’interno delle garanzie assicurative quotidianamente applicate, e si radica definitivamente con l’intervento di navigati esperti che, come i linguisti dell’Accademia della Crusca, pretendono di sancirne la corretta ortografia linguistica con faziose ed interessate interpretazioni.   

Intendiamoci, esprimere concetti complessi in terminologia specifica sta all’origine della corretta applicazione delle capacità professionali degli operatori di ogni settore, questo non è in discussione.
Se però l’utilizzo di questo linguaggio risulta una barriera difficilmente superabile tra il settore specifico e la società civile, si rischia l’isolamento e l’estinzione.

Non a caso a volte questa barriera viene eretta per mascherare i punti deboli della disciplina, o peggio alcuni termini vengono ripetuti senza conoscerne il reale e originario significato, semplicemente perché così si è abituati a dire in tali occasioni.

Nel caso dell’assicurese il pericolo è evidente: l’elevata interazione delle attività connesse con il settore assicurativo e la società civile non può prescindere da una traduzione o da una semplificazione dei termini per ottenere una necessaria comprensione reciproca.

Se il livello di soddisfazione del cliente è oggi una priorità, per ottenerla non si può prescindere dal numero e dalla qualità delle informazioni che vengono scambiate, è una misura della chiarezza e trasparenza che si vuole ottenere.

Non si può inoltre pretendere che il mercato utilizzi correttamente i termini tecnici di ogni settore ove opera, sarà necessario sforzo di chi vuole penetrare in esso farsi meglio comprendere.

Operando in questo settore da perito, ho notato il crescente impoverimento dei significati dei termini tecnici utilizzati, ovvero non sempre l’affermazione specifica che a prima vista può sembrare puntuale e pertinente è seguita da solide argomentazioni di merito.

L’effetto per il profano è l’impatto dell’altisonanza, a volte integrato dall’assonanza, ma ad orecchie più addomesticate non sempre il seguente ragionamento puntualmente richiesto sembra pertinente, anzi pare manieristico e funzionale.

Intendo dire che sempre più spesso viene usato l’assicurese per porsi in una condizione di superiorità verso i profani, a volte senza neanche conoscere il vero significato del termine usato, ma solo perché in altre situazioni l’abbiamo così appreso, in seguito è stato genericamente contestualizzato.

In altri casi ancora tale atteggiamento sembra voler nascondere o superare le debolezze del settore ad esempio una garanzia di polizza nel caso evidentemente troppo liberale, oppure intende liquidare rapidamente un rapporto irritante nei confronti di un cliente non proprio gradevole.

Certo è che all’interno di tutto ciò ci sta la capacità degli operatori di porsi in maniera corretta e professionale con tutti, ma pensateci se nella pratica quotidiana non vi è mai capitato proprio a voi stessi di porvi così: a me sì.

L’errore credo stia nella malcelata volontà di alcune realtà di mantenere posizioni di potere nei confronti sia del mercato che degli operatori, pur proclamando quotidianamente intenti rivolti alla liberalizzazione  e alla trasparenza.

L’assicurese è una lingua che spero non muoia, fa parte della mia professione e mi dà da vivere anche solo traducendola per conto dei clienti, ma tutti gli operatori del settore devono pretendere di conoscerla al meglio, utilizzandola nel solo contesto possibile: l’italiano.

Non possiamo solo apprendere i termini per poterli ripetere nei pochi salotti buoni, ma dobbiamo approfondirne il significato, comprenderne l’originale motivazione, leggerli da profano e interpretarli in italiano per poterli spiegare a chicchessia e utilizzarli al meglio in ogni dove.

Lo sforzo di tutti noi singoli e diversi operatori del settore assicurativo aiuterà questo ultimo a crescere, a farsi comprendere, a non nascondersi dietro ad alcun alibi, forse anche a migliorare il livello di gradimento sociale che al momento ci attesta al penultimo posto vicino agli operatori dei servizi funerari.

Oppure possiamo direttamente iniziare a utilizzare il Tuscolano della Prof.sa Fullin, per avviare una nuova era di floridi e oscuri affari a beneficio di pochi e sulle spalle di molti, almeno fino a quando questo potrà durare.
 

Fonte: Associazione Studenti Cineas

Parole chiave: Paolo Andreoli, assicurese, Associazione Studenti Cineas,

 

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