
Libia, Emirati Arabi, Kuwait e Singapore. Sono alcuni dei paesi che detengono quote significative di importanti aziende italiane. Ad esempio, il Mubadala, fondo degli Emirati Arabi, con 10 miliardi di dollari di asset stimati, detiene il 5% della Ferrari e il 35% della Piaggio aereo industries.. Si tratta di Paesi, ricchi di materie prime, che investono il proprio surplus di liquidità all’estero.
L’Italia si trova ad essere oggetto di tali operazioni; questo costituisce un rischio o un’opportunità per la nostra economia? Per valutarlo il Governo ha nominato un Comitato strategico per lo sviluppo e la tutela all’estero degli interessi nazionali in economia. A coordinarlo è Enrico Vitali, esperto di economia e finanza e advisor accreditato a livello internazionale. Il Comitato è stato creato dalla collaborazione tra il Ministero dell’Economia e quello degli Affari Esteri.
Questo organismo sta effettuando un monitoraggio per individuare provenienza e andamento di questi investimenti. Secondo le rilevazioni si possono distinguere diversi livelli:
-made in Italy e piccole e medie imprese: l’investimento è consigliabile e non presenta particolari rischi;
-area bancario assicurativa e settore telecomunicazioni dove l’ingresso dei fondi sovrani è possibile, ma deve essere rigidamente regolamentato;
-difesa, aereospazio e reti infrastrutturali sono invece tre aree in cui devono essere esclusi gli investimenti di capitali esteri.
I paesi europei, visti i loro bilanci non possono costituire fondi sovrani ma di debito (a parte la Norvegia). La Francia per tutelarsi dall’ingresso di capitali esteri nelle proprie attività economiche ha creato una struttura pubblica che funziona da catalizzatore degli investimenti e da coinvestitore. L’Italia potrebbe ispirarsi a questo modello.
Fonte: Panorama 7 maggio 2009
Parole chiave: Fondi sovrani, Comitato strategico per lo sviluppo e la tutela all’estero degli interessi nazionali in economia, Enrico Vitali,