
La mancanza del rispetto delle regole di convivenza civile, l’aggressione della delinquenza minorile alle forze dell’ordine, il decadimento della famiglia, l’incapacità della scuola a far emergere le attitudini degli studenti, la stucchevole litigiosità dei nostri politici, la mancanza di fiducia nella giustizia e nelle istituzioni, il disvalore trasmesso dai programmi televisivi, l’abitudine dei nostri figli a stare in famiglia fino a 30 anni ed oltre: tutti questi sono, purtroppo, solo alcuni dei mali che il Bel Paese soffre da ormai troppi anni e che gli fa perdere terreno nei confronti degli altri paesi civili e di quelli emergenti.
Esiste un denominatore comune che, pur nella sua sintesi, possa essere causa o concausa di tale declino? A mio parere stiamo vivendo una grave “emergenza educativa e formativa”, in quanto tutti i valori che erano alla base del miracolo economico degli anni ‘50 e ’60 sono oggi messi in discussione: la famiglia, la scuola, la giustizia, il senso dello Stato, il senso del dovere, il rispetto delle regole, la voglia di rischiare e di migliorarsi.
E senza dei precisi punti di riferimento, molti si rifugiano in un esasperato individualismo e si costruiscono le proprie regole e le proprie giustificazioni morali: c’è chi decide di non pagare il canone Rai perché i programmi sono brutti, chi passa con il rosso perché l’incrocio sembra libero (e questo capita anche a Milano!), chi non paga l’ICI perché lo Stato non funziona, chi paga una tangente per vincere una gara d’appalto. Tutte mancanze di diversa gravità, ma tutte partono dalla presunzione personale di erigersi a decisori di cosa è giusto (o accettabile) da quello che è ingiusto (o inaccettabile).
Quindi, da un “comportamento collettivo”, che è la base per poter vivere in uno Stato di quasi 49 milioni di abitanti, si sta passando sempre più ad un “comportamento individuale” nel quale i presunti diritti prevalgono nettamente sui doveri e sul senso civico. E senza accorgecene ci si trasforma in tante rane bollite come dice Riccardo Illy nel suo libro “La rana cinese”.
Come uscire da questa “spirale viziosa”? Di fronte a grandi e complessi problemi bisogna partire dalla base, cioè ricreando un terreno culturale sul quale impiantare le indispensabili riforme strutturali, altrimenti anche queste rischiano di essere poco efficaci. Quindi, porre le condizioni per uscire dall’emergenza educativa e formativa in cui ci siamo cacciati.
Educazione e formazione sono due concetti tra loro strettamente correlati, ma profondamente diversi.
Educare significa inculcare nei giovani le facoltà morali, il discernere tra il bene e il male, la coscienza dei propri doveri verso la comunità, verso la famiglia e verso se stessi. Il sociologo americano Talcott Parsons paragonava ogni generazione di nuovi nati a orde di barbari in quanto, fuori di metafora, ogni società deve accogliere ed integrare i nuovi venuti per scongiurare il pericolo che queste continue invasioni producano il crollo dell’ordine sociale.
Il compito di educare è dello Stato, della famiglia e della scuola, ma soprattutto dei primi due. Lo Stato deve dare l’esempio e riprendere appieno il suo dovere istituzionale e cioè: far rispettare le leggi da tutti, migliorare quelle ritenute inique, dare dignità ed autorità alle forze dell’ordine, garantire una giustizia equa, trasferire valori positivi attraverso i suoi mezzi di comunicazione. E’ triste dirlo, ma oggi lo Stato italiano non sta facendo tutto questo ed è, invece, tutto questo che è urgente fare!
Formare significa fornire ai giovani un patrimonio di conoscenze e competenze di base per poter affrontare il mondo del lavoro. Ma significa anche aiutare i giovani a capire le proprie attitudini, le proprie caratteristiche personali per non imboccare, soprattutto all’inizio, percorsi professionali non adatti. Il compito di formare è dello Stato, delle famiglie e della scuola, ma soprattutto di quest’ultima. La scuola non deve limitarsi a fornire nozioni utili per ottenere un titolo di studio, ma deve sviluppare un piano formativo organico che tenda a rinforzarsi nel tempo, preparando i giovani a competere nel difficile mercato del lavoro.
Federico Rampini nel suo libro “L’impero di Cindia” scrive: “In India, fin dalle scuole elementari sono famose le gare di matematica. I ragazzi si allenano tutto l’anno per un piazzamento nel campionato di algebra che rimarrà scritto nel loro curriculum vitae e potrà servire più tardi a guadagnare l’accesso ad una delle superfacoltà”. Questo approccio fa capire perché l’India produce tanti matematici e tanti informatici.
In un mondo globale sempre più competitivo e meritocratico, se i giovani non sono stati formati a confrontarsi fin dall’inizio, si troveranno ad affrontare la vita con enormi problemi personali e sociali: il fenomeno del “mammismo”, tipicamente italiano, ne è la riprova. Al contrario, una buona educazione ed una buona formazione permettono di avere degli individui con un’elevata autoresponsabilizzazione e con una solida preparazione per entrare nel difficile mercato del lavoro.
Come superare concretamente questa emergenza? Non sono certo sufficienti alcuni positivi segnali economici di questi ultimi mesi. E’ da condividere quanto scrive Giuseppe De Rita sul Corsera : “oggi viviamo un’orribile schizofrenia culturale: da un lato abbiamo gli apprendisti stregoni delle privatizzazioni ad oltranza e dall’altro abbiamo i mandarini dello statalismo”. Per colmare un’emergenza culturale e per ricreare un “sentire comune” ci vogliono dei tempi lunghi: bisogna, quindi, cominciare subito con dei segnali forti che testimonino la volontà politica di invertire la tendenza.
E’ lo Stato che deve dare il primo segnale. Due i provvedimenti che potrebbero essere presi in tempi brevi: anzitutto, la televisione pubblica ridefinisca la propria mission editoriale, abbandonando le trasmissioni trash ed abbinando ai programmi di intrattenimento nuovi programmi educativi apolitici che puntino sui valori di fondo della nostra civiltà, riappropriandosi di un servizio pubblico che da tempo manca nelle nostre reti nazionali e ponendo freno al cinismo del profitto mediatico e dell’interesse politico.
In secondo luogo, lo Stato ridia dignità ed autorevolezza alle nostre forze dell’ordine, affinché il cittadino abbia la percezione di un potere costituito efficace nel far rispettare le leggi a tutti e nel tutelare i diritti dei singoli.
Ma anche le imprese potrebbero prendere alcune iniziative concrete: per esempio, due dei settori più profittevoli (banche ed assicurazioni) si mettano assieme per lanciare un grande progetto nazionale di crescita culturale dei nostri giovani, con una serie di progetti coordinati, anche se specifici (risparmio, previdenza, prevenzione, educazione civica etc.) da diffondere in collaborazione con il mondo della scuola. Banche ed Assicurazioni non hanno oggi un’immagine molto positiva: si competa di più sul mercato,ma si collabori per lanciare grandi progetti culturali che potrebbero essere a costo zero se si eliminasse l’enorme polverizzazione di mini-sponsorizzazioni.
Ania e Abi, che so essere molto sensibili a queste tematiche, prendano l’iniziativa affinché il mondo delle imprese contribuisca alla crescita culturale dei loro futuri clienti: e, nel tempo, anche la loro immagine ne guadagnerà.
E il mondo della scuola? Negli ultimi anni ogni Ministro dell’Istruzione ha lanciato una sua riforma della scuola italiana, riforme che sono state realizzate in minima parte o addirittura stravolte dal collega del Governo successivo, dimostrando una scarsa cultura dell’alternanza democratica ma anche la complessità del problema.
E allora, perché il mondo accademico non ne approfitta e prende l’iniziativa? La Crui (l’associazione dei rettori), che ben conosce i gravi problemi dell’università e della ricerca in Italia, superi i propri dissensi interni e gli interessi di parte e presenti al Governo un unico e condiviso progetto di riforma che garantisca un minimo di stabilità nel tempo, un veloce ricambio meritocratico nella docenza ed una formazione adeguata alle attuali esigenze del mondo del lavoro. Se i vertici del mondo accademico non sapranno “fare sistema” (cosa che sembra difficilissima in Italia!) ed elaborare una comune visione dell’università del futuro, non ci potrà mai essere nessun Ministro dell’Istruzione capace di fare una riforma accettata e realizzata dal mondo accademico.
Ed infine, una riflessione che riguarda l’esperienza del Cineas, consorzio universitario no-profit che ha la mission di diffondere cultura e formazione professionale altamente specialistica su tutte le tematiche del rischio d’impresa (dal rischio puro al rischio finanziario con una nuova figura professionale che è l’Entreprise Risk Manager, al rischio clinico con l’Hospital Risk Manager).
Esistono nel nostro paese molti giovani e molti professionisti che non sono soddisfatti dell’attuale società civile e vorrebbero contribuire al cambiamento .Nel nostro paese è presente una formidabile rete di gruppi ed associazioni che possono aiutare i giovani a compiere un sano sviluppo della loro personalità, aiutandoli ad autoresponsabilizzarsi, a fare le proprie scelte ed a capire che nella loro vita dovranno rinnovare più volte il loro patrimonio di conoscenze e competenze.
Quindi, non lasciamoci vincere dal pessimismo: ma bisogna lottare perché tutte le parti in causa (lo Stato, il mondo imprenditoriale e il mondo accademico) riescano a fertilizzare il terreno culturale sul quale far crescere le indispensabili riforme strutturali e liberando tutte le energie positive disponibili a dare il loro concreto ed appassionato contributo.
Il nostro paese ha la fortuna di avere delle risorse eccezionali: il patrimonio climatico-paesaggistico, il patrimonio artistico-culturale e la fantasia, la genialità ed il senso estetico dei suoi abitanti. Se Stato,Imprese e Scuola sapranno tutti assieme meritarsi queste fantastiche risorse e sapranno creare un nuovo modello culturale, il nostro paese potrà superare l’attuale emergenza.
Fonte: Cineas
Parole chiave: emergenza educativo formativa,