
È sufficiente attenersi a una check-list composta da 19 punti per abbattere del 40% gli incidenti in chirurgia. Uno studio realizzato da Atul Gawande, dell’Università di Harward, e pubblicato sul “New England Journal of Medecine” ha dimostrato che l’adozione di alcuni passaggi standardizzati permette di ridurre la mortalità operatoria del 40% e le complicanze intraoperatorie di quasi un terzo.
L’analisi è stata realizzata in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della Sanità, ha coinvolto circa 3.800 pazienti operati tra ottobre 2007 e settembre 2008 e otto ospedali di Paesi molto diversi tra loro, sia per la ricchezza che per il tipo di organizzazione sanitaria (Stati Uniti, Canada, Siria, Australia, Gran Bretagna, Tanzania, India e Filippine). Il tasso medio di mortalità è sceso dall’1,5% allo 0,8%, mentre le complicanze sono passate dall’11% al 7%.
I miglioramenti tra la situazione precedente e quella successiva all’applicazione della check-list sono stati stupefacenti, soprattutto per la loro omogeneità nelle diverse realtà geografiche e ospedaliere. I ricercatori che hanno seguito lo studio hanno così rilevato che, in ambito chirurgico, vi sono significative carenze nel lavoro di gruppo e nelle pratiche di sicurezza. L’utilizzo della check-list dell’Oms potrebbe prevenire milioni di decessi e disabilità: per questo, dovrebbe essere introdotta nella pratica quotidiana degli ospedali.
Una delle caratteristiche delle check-list che colpiscono maggiormente è l’apparente banalità delle procedure che vi sono indicate, suddivise in tre gruppi: quelle da compiersi prima dell’anestesia, quelle da attuare prima dell’incisione iniziale e quelle da effettuare prima di lasciare la sala operatoria. Ad esempio, l’elenco ritiene necessario che tutti i membri dell’équipe operatoria conoscano il nome e il ruolo degli altri collaboratori, che questi siano al corrente di eventuali allergie del paziente, che il nome del paziente, l’area da operare e la procedura da praticare siano scanditi ad alta voce in più occasioni e che, al termine dell’intervento, venga effettuata la conta degli aghi, delle spugne e degli strumenti utilizzati. Lo stesso approccio per la riduzione dei rischi in ambito ospedaliero sarà presto verificato anche in altri contesti, come cardiologia e pediatria.
Fonte: Il Sole 24 Ore Sanità, 27 gennaio 2009
Parole chiave: Atul Gawande, Università di Harward, Organizzazione mondiale della Sanità,
