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Il monito di Pomezia

Incendio

Abbiamo parlato con Giovanni Faglia, coordinatore del Master Cineas in Environmental Risk Assessment and Management, in seguito al drammatico incidente accaduto lo scorso 5 maggio a Pomezia, in cui è andato in fiamme l’impianto di stoccaggio rifiuti Eco X. Un disastro che è stato riportato praticamente da tutta la stampa e dai tg nazionali (al link in calce trovate il servizio de la Repubblica, con video, foto e mappa), in quanto ha rivelato la presenza di amianto nelle coperture in cemento amianto sui capannoni dell'impianto. Fortunatamente non si sono verificati casi di intossicazione fra i residenti nella zona, ma il disastro deve indurre comunque alla riflessione, soprattutto per coloro che operano in questo campo.

 

Ma l’amianto è… “eternit”?
L’amianto è un materiale la cui tossicità è nota ormai da anni e che per legge (la 257 del marzo 1992, che ha reso l’Italia il primo Paese europeo a bandire completamente questo materiale) dovrebbe essere stato eliminato da tutti gli edifici. Il rogo della Eco X, però, potrebbe indurci a temere che il problema in realtà non sia ancora risolto del tutto.

A questo proposito, dunque, abbiamo parlato con Giovanni Faglia che dal 1992 a gennaio 2017 ha lavorato ed è stato responsabile del Pool Inquinamento e che, da aprile, ricopre il ruolo di Pollution Underwriting Manager di HDI Global SE. “In effetti moltissimi immobili civili e industriali nel nostro Paese, specie quelli edificati prima della legge, contengono ancora pannelli d’amianto”, ci spiega il docente. “

Del resto la legge stessa lo consente, a patto che essi siano messi in sicurezza: infatti, se rimangono incapsulati ad esempio nel tetto di un capannone, ma sono controllati e ben mantenuti non creano problemi per l’uomo e per l’ambiente a meno che non scoppi un incendio, come appunto è accaduto a Pomezia”.
 

Legge “troppo buona”?
Quindi la legge è troppo tollerante o viene disattesa? “Non direi: il quadro normativo della responsabilità delle imprese in campo ambientale è complesso, articolato, anche di notevole severità ed in costante evoluzione”, risponde Faglia. “Basti pensare alla recente normativa sui reati ambientali (la legge 68/2015) e a tutta la normativa sulla bonifica e sul danno ambientale, senza dimenticare le classiche norme sulla responsabilità civile per i danni a terzi in caso di inquinamento. Ora, il punto è piuttosto che l’incendio della Eco X rappresenta un caso emblematico, quindi molto interessante sotto diversi profili del potenziale rischio di attività che in apparenza sarebbero a basso impatto ambientale: infatti, il rischio incendio interessa la maggior parte delle attività industriali o di servizi (ad esempio il settore della logistica), ma può essere anche un’importante causa di inquinamento dell’ambiente e/o di danni a terzi, anche indipendentemente dalla persistenza di tracce di amianto nei materiali da costruzione. L’incendio di Pomezia, insomma, ha posto in evidenza un aspetto molto interessante: il rischio ambientale dell’attività, in quanto tale, a mio parere era basso; le criticità erano sostanzialmente legate al rischio incendio, per l’alta infiammabilità delle materie plastiche; la presenza dell’amianto, seppur incapsulato in sicurezza nel tetto dei capannoni come prescritto dalla normativa, rappresenta se mai un rischio ‘occulto’. Rischio che inspiegabilmente viene ancora molto spesso sottovalutato dalle aziende e dagli intermediari. Basti pensare che, in Italia, ogni 100 polizze property, si stipulano mediamente non più di una o due polizze inquinamento. Questo significa, in altre parole, che buona parte dei danni ambientali che si possono verificare a seguito di un incendio restano nella quasi totalità a carico delle imprese”.

 

Polizze inquinamento sottovalutate
E perché persiste questa sottovalutazione? “In parte per una scarsa sensibilità da parte degli imprenditori, che si ritengono sufficientemente tutelati da una normale polizza RCG, magari con la classica estensione all’inquinamento improvviso ed accidentale, che però – sempre guardando al caso di Pomezia – non avrebbe coperto nessuno dei danni verificatisi all’interno di quel sito né i danni causati dall’amianto, peraltro sempre esclusi da questa tipologia di polizze. Ma in parte, spiace dirlo, anche per la poca convinzione con cui molti assicuratori spingono le più specifiche polizze inquinamento; polizze che, per capirci, non si possono stipulare con una rapida trattativa al telefono o con questionari così semplificati che sostanzialmente non forniscono alcuna informazione tecnica sull’azienda e sul suo rischio: occorre partire da questionari adeguati, esaminando la documentazione tecnica necessaria, recarsi a visitare gli impianti, parlare con il management ed effettuare un’analisi corretta degli scenari di rischio ambientale, che richiede competenze multidisciplinari (tecniche e legali oltre che assicurative) che solo con un’adeguata formazione specifica possono essere acquisite e/o sviluppate. Purtroppo, gli assicuratori sovente puntano a vendere prodotti a più rapida profittabilità e così il comparto ambientale rimane ancora una grande opportunità poco sfruttata nel nostro Paese. In Italia, infatti, si contano circa 10.000 aziende assicurate per quest’ordine di rischi contro le centinaia di migliaia operanti sul territorio nazionale; in una nazione come la Germania, invece, praticamente tutte le imprese sono assicurate anche per i rischi d’inquinamento e la loro economicità non sembra averne particolarmente sofferto”.

 

Un segmento da sviluppare, con la formazione
“Eppure – continua Faglia – personalmente sono convinto che, una volta correttamente informati sui rischi che corrono, anche gli imprenditori italiani siano portati a stipulare una polizza che possa garantire alla propria attività una operatività più sicura. È quindi fondamentale supportare gli assicuratori, gli intermediari, i consulenti e le aziende stesse (di qualunque dimensione) per aumentarne la consapevolezza dei rischi in gioco, delle modalità di prevenzione disponibili e quindi del loro corretto trasferimento o ritenzione.
È a tal fine che si rivela preziosa l’opera di formazione svolta ad esempio da Cineas proprio con master come Environmental Risk Assessment and Management (quest’anno alla sua decima edizione), che rappresenta un’importante opportunità per approfondire questi argomenti in maniera scientifica e professionale, con il contributo di assicuratori e periti esperti nella materia, nonché di società specializzate nella gestione delle emergenze, come ad es. la multinazionale Belfor (sito italiano al secondo link).
Quest’anno, abbiamo introdotto anche un’interessante novità: sarà possibile frequentare solo un modulo intensivo di tre giornate full immersion di otto ore ciascuna, per un totale di 24 ore di lezione. La formazione è essenziale per la diffusione della cultura della prevenzione: sono convinto che, sebbene la strada sia ancora piuttosto lunga, anche in Italia riusciremo a colmare il gap che ci divide da sistemi più maturi sul versante previdenziale”.

-Mario Gazzola

 

Approfondimenti

> Articolo de La Repubblica

> Belfor
 

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