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Errore, quanto mi costi!

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11/07/17 – Marsh ha diffuso i risultati dell’edizione 2017 dello studio MedMal Claims sull’andamento del rischio da medical malpractice nelle strutture sanitarie pubbliche, che l’azienda analizza attraverso 13.700 sinistri verificatisi lungo il periodo 2004-2015, su un campione di 55 strutture (formato da clienti del broker assicurativo, naturalmente). 

 

Errori sempre più costosi

Dalla ricerca è emerso che cala leggermente il costo dei sinistri, dagli 1,4 miliardi di euro della precedente edizione agli 1,3 miliardi dell’attuale; mentre invece aumenta decisamente il costo medio per sinistro: dai 90.000 euro, registrati nella precedente edizione del report, ai 97.000 euro attuali.

Un costo complessivo dei sinistri su cui pesano soprattutto i cosiddetti top claim, cioè quelli con importo maggiore o uguale a 500.000 euro che, pur rappresentando un numero esiguo nel periodo d’indagine (671, solo il 4,89% del totale), infliggono alle strutture i risarcimenti più onerosi. Fra i top claim figurano soprattutto errori da parto (oltre un quarto), errori chirurgici e diagnostici (più del 23%) ed errori terapeutici (13%). La frequenza annua dei sinistri risulta di 29 per ogni singola struttura nel 2015, simile agli anni precedenti. Il tasso di rischio è di circa 6 sinistri ogni 100 medici, di 2 ogni 100 infermieri e di 1 ogni 1000 ricoveri, per valori assicurativi che si attestano sui 5.500 euro per medico e oltre 2.300 euro per singolo infermiere.

 

Inquadrare i dati

Insomma, i medici del Belpaese sono così distratti? Per approfondire meglio i dati della ricerca, ne abbiamo parlato con Luigi Orlando Molendini, medico legale di grande esperienza nella valutazione dei rischi ospedalieri.

“Bisogna anzitutto inquadrare bene i dati che esaminiamo”, esordisce l’esperto. “Poi contestualizzarli al sistema Italia. Mi spiego: in effetti, dati reali effettivamente rappresentativi a livello nazionale non ne esistono, per cui le sintesi che si traggono da quelli disponibili sono per necessità parziali e non confrontabili fra loro. Infatti, i dati di cui disponiamo per queste analisi provengono appunto da Marsh (e quindi si limitano alle strutture loro clienti), da ANIA (attendiamo a breve il loro prossimo report, che comunque fornisce delle stime basate su un campione di imprese assicurative), dalla Regione Toscana (che ha scelto la strada di autoassicurarsi ed è una realtà in cui la sanità è pressoché interamente pubblica) e dalla Regione Lombardia, che pure dirama dati sulla sanità pubblica in modo sistematico (ma in tale regione la sanità privata pesa per circa un terzo del totale). È certamente positivo che il numero dei sinistri risulti in calo sostanzialmente in tutte e quattro queste fonti, ma al contempo è anche vero che l’aumento medio del costo dei sinistri è in continuo aumento.

Infatti, per quanto attiene alla valorizzazione economica dei sinistri, in realtà essa dipende molto dall’orientamento del magistrato giudicante che quantifica i risarcimenti cui i pazienti hanno diritto.

Infine, non è sempre corretto correlare il numero di sinistri alla rischiosità della struttura sanitaria, dato che le denunce dei pazienti dipendono spesso dal venire meno del rapporto di fiducia con i professionisti sanitari: se il rapporto si mantiene buono è meno probabile che eventi sfavorevoli vengano denunciati, viceversa se il rapporto diviene conflittuale anche la minima insoddisfazione può generare una richiesta danni”.

 

Rischi disomogenei

Come cambia quindi il rischio clinico in questo scenario?

“Beh, sicuramente il contenimento del numero di sinistri ci dice che l’impegno delle strutture nelle attività di risk management e nella prevenzione sembra dare dei frutti, il che è positivo.

Ma la contestualizzazione dei dati al sistema Italia cui accennavo prima fa si che non si possa parlare di “sanità italiana” quanto piuttosto di venti sanità differenti, una per ogni regione dello Stivale, quindi è molto difficile parlare di situazione italiana, dato che un miglioramento della Toscana sotto il profilo della gestione dei rischi potrebbe non trovare analogo riscontro in un’altra regione”.

 

L’impatto della nuova legge

E la Legge Gelli come può influire su questa situazione?

“Sono dichiarati gli obiettivi di migliorare la sicurezza delle cure e di ridisegnare la responsabilità dei professionisti sanitari al fine di ridurre la pressione su di loro (che incide in misura significativa sulla genesi dei costi per la medicina difensiva). Uno degli effetti attesi ed auspicati è quello di uniformare il sistema sanitario italiano sotto il profilo della gestione dei rischi clinici attraverso la promozione delle attività di risk management, anche grazie alla norma che impedisce l’acquisizione da parte della magistratura di documenti e atti prodotti a fini di analisi del rischio. In merito alla sicurezza delle cure, è da apprezzare che essa venga considerata un bene da tutelare a prescindere ma è necessario che tale consapevolezza venga diffusa a tutto il personale che lavora nella struttura e che da ciò ne consegua un maggiore contributo alle attività di prevenzione.

Da ultimo, ricorderei il richiamo da parte dlela legge a tenere conto, seppure in modo non vincolante, delle linee guida basate sulle evidenze scientifiche, che dovrebbero essere uno stimolo alla crescita culturale dell’intero paese ed aiutare a contenere le diatribe ideologiche su metodi di cura privi di evidenza di efficacia ovvero contro misure di comprovata efficacia, di cui sono piene le cronache degli ultimi anni”.

–Mario Gazzola

 

Approfondimenti:

> Marsh

> Report MedMal - Sintesi | Marsh

> Medical Malpractice | Marsh

 

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